Kick: la piattaforma che promette più soldi ai creator e meno regole
- Matteo Sallustio

- 15 apr
- Tempo di lettura: 8 min
Kick: com’è nata davvero e perché continua a dividere
Ogni volta che Twitch cambia regole, riduce i margini di guadagno dei creator o viene accusata di essere diventata troppo rigida, il nome che torna al centro della discussione è sempre lo stesso: Kick.
Negli ultimi mesi la piattaforma è riemersa con forza anche nel dibattito italiano, complice il malcontento di alcuni streamer, le discussioni sul rapporto tra piattaforme e gambling e la percezione, sempre più diffusa, che Twitch e YouTube siano diventate piattaforme molto difficili su cui crescere se non si possiede già una community consolidata.
A prima vista Kick sembra offrire la risposta perfetta a questo malessere.
Promette ai creator di distribuire il novantacinque per cento dei ricavi degli abbonamenti, si presenta come uno spazio più aperto e meno rigido sul piano della moderazione e costruisce la propria immagine attorno all’idea di essere una piattaforma “creator-first”, cioè pensata per favorire chi produce contenuti e non la piattaforma stessa.
Eppure, più si osserva da vicino la storia di Kick, più questa narrazione inizia a mostrare crepe e contraddizioni. Perché Kick non è semplicemente una nuova piattaforma di streaming. È il punto in cui si incontrano quasi tutte le tensioni che oggi attraversano la creator economy: il rapporto sempre più difficile tra creator e piattaforme, il peso dei grandi streamer nel determinare il successo di un servizio, il ruolo del gambling come motore economico e reputazionale, la fragilità di modelli basati su perdite iniziali molto elevate e, soprattutto, il problema della regolazione.
Da dove nasce Kick? Dopo la stretta di Twitch sul gambling
Per capire davvero Kick bisogna tornare all’autunno del 2022. In quel momento Twitch decide di limitare in modo molto più rigido gli stream collegati ai siti di gambling non regolamentati, in particolare quelli che utilizzano casinò online e scommesse accessibili da paesi dove quelle piattaforme non possono operare legalmente.
La decisione nasce dopo mesi di polemiche, accuse e casi sempre più visibili di creator che promuovevano siti di scommesse davanti a un pubblico composto in larga parte da utenti molto giovani. Tra i nomi coinvolti nella discussione c’è anche Stake, uno dei più grandi operatori di gambling online al mondo. È in questo contesto che, pochi mesi dopo, compare Kick. La piattaforma viene lanciata ufficialmente tra la fine del 2022 e l’inizio del 2023 da Kick Streaming Pty Ltd, una società australiana registrata a Melbourne. Formalmente, però, la struttura è molto più complessa. La società che gestisce Kick è infatti controllata da Easygo Entertainment Pty Ltd, gruppo che fa capo principalmente a Bijan Tehrani e a Ed Craven, gli stessi imprenditori legati a Stake.

Questo passaggio è importante perché chiarisce uno dei principali equivoci che circolano sulla piattaforma. Dire che “Kick appartiene a Stake” non è tecnicamente corretto. Le due società sono separate. Tuttavia, è altrettanto difficile sostenere che il legame tra le due realtà sia secondario. Kick nasce nello stesso ecosistema imprenditoriale, condivide parte delle figure chiave e, secondo molte ricostruzioni pubblicate da stampa economica e siti di settore, beneficia indirettamente delle stesse risorse finanziarie.
In altre parole, Kick non nasce come una startup indipendente che prova a entrare nel mercato dello streaming partendo da zero. Nasce all’interno di un ecosistema che dispone già di capitali, infrastrutture e rapporti consolidati. È questo che spiega la rapidità con cui la piattaforma è riuscita a imporsi nella conversazione globale.
Perché il modello del 95/5 ha funzionato così bene
La promessa che ha reso Kick famosa è estremamente semplice: il creator trattiene il novantacinque per cento degli abbonamenti e la piattaforma prende soltanto il cinque per cento. Rispetto a Twitch, dove per anni la divisione standard è stata cinquanta e cinquanta, il messaggio appare quasi rivoluzionario. Kick non dice soltanto che vuole pagare di più i creator. Dice implicitamente che le altre piattaforme stanno trattenendo troppo.
Questa narrazione ha funzionato molto bene perché intercetta un malcontento reale. Negli ultimi anni moltissimi creator hanno iniziato a percepire Twitch, YouTube e in parte anche TikTok come piattaforme sempre più esigenti e sempre meno generose. Crescono le ore necessarie per mantenere una community attiva, aumentano i requisiti per la monetizzazione, si moltiplicano le regole e, allo stesso tempo, i margini economici diventano più bassi.
Kick arriva esattamente in quel punto di frattura e costruisce tutta la propria identità attorno a una promessa opposta. Il problema, però, è che il novantacinque per cento funziona davvero soltanto per chi possiede già una base di utenti pronta a seguirlo.
Uno streamer che arriva da Twitch con migliaia di abbonati può trasferire una parte della propria community e ottenere subito un vantaggio economico enorme.
Per un creator piccolo o medio, invece, la questione cambia completamente.
Se una piattaforma non è in grado di generare discoverability, raccomandazione e crescita organica, allora il problema non è quanto trattiene dagli abbonamenti, ma il fatto che quegli abbonamenti potrebbero non arrivare mai.
Kick assomiglia a Twitch molto più di quanto sembri
Dal punto di vista tecnico, Kick non rappresenta una vera rivoluzione. L’esperienza per creator e utenti è molto simile a quella di Twitch: esistono dirette, categorie, chat, clip, replay, abbonamenti, donazioni, gifting e VOD. Per andare live basta collegare il proprio account a software come OBS Studio o Streamlabs. Anche l’infrastruttura scelta dalla piattaforma racconta una storia interessante. Diverse analisi tecniche indicano che Kick utilizza Amazon IVS, cioè il servizio video di Amazon Web Services. Il paradosso è evidente: la piattaforma che vuole sfidare Twitch si appoggia in larga parte alla stessa infrastruttura utilizzata dal gruppo Amazon. Questa scelta ha permesso a Kick di crescere molto rapidamente e di offrire fin da subito una qualità tecnica competitiva, con bitrate elevati e una latenza molto bassa. Tuttavia, ha anche mostrato un limite evidente: Kick non controlla completamente una parte fondamentale del proprio ecosistema. Inoltre, rispetto a Twitch e YouTube, la piattaforma continua a essere meno matura. Mancano applicazioni native per console come PlayStation e Xbox, il sistema di ricerca interna è meno efficace, i VOD hanno una durata più limitata e l’algoritmo di raccomandazione appare molto meno sviluppato.
Kick funziona bene per chi arriva già con un pubblico costruito altrove, ma molto meno per chi spera di usare la piattaforma per farsi conoscere.
Aspetto | Kick | Twitch | YouTube Live |
Revenue share sugli abbonamenti | 95/5 | 50/50 o 70/30 | Variabile |
Discoverability | Debole | Media | Molto alta |
Ecosistema VOD | Limitato | Buono | Molto sviluppato |
App console | Assenti | Presenti | Presenti |
Moderazione | Più permissiva | Più rigida | Molto rigida |
I contratti milionari e la strategia di Kick
Il vero motore della crescita di Kick non è stato soltanto il 95/5. È stata soprattutto la capacità della piattaforma di attirare creator molto famosi attraverso accordi multimilionari.
Il caso più noto è quello di xQc, che nel 2023 firma un contratto dal valore stimato di circa cento milioni di dollari. A lui si aggiungono Adin Ross, Amouranth, Nickmercs, Trainwreckstv e molti altri creator già fortemente conosciuti nel mondo dello streaming.
Questi accordi non servono soltanto a portare creator sulla piattaforma.
Servono soprattutto a trasferire pubblico, costruire legittimità e dare l’impressione che Kick sia già diventata un passaggio inevitabile per il futuro del live streaming. In questo senso, Kick non ha cercato di crescere lentamente. Ha scelto una strategia molto più aggressiva: comprare notorietà nel minor tempo possibile. La strategia ha funzionato, almeno nel breve periodo. Tra il 2024 e il 2025 la piattaforma cresce in termini di ore guardate, utenti registrati e presenza nei mercati internazionali, soprattutto in lingua spagnola e araba.
Ma quanto è davvero stabile un modello che dipende così tanto da pochi creator enormi?
Più una piattaforma concentra la propria forza su un numero ristretto di streamer molto famosi, più rischia di diventare forte verso l’alto e fragile verso il basso. Può attirare attenzione, ma fatica a costruire un ecosistema fertile per chi parte da zero.
Il vero problema di Kick: può permettersi di continuare così?
La domanda più importante, quando si parla di Kick, non riguarda la crescita ma la sostenibilità. La piattaforma ha investito enormi quantità di denaro in contratti, incentivi, costi infrastrutturali e programmi per creator. Allo stesso tempo, però, trattiene soltanto il cinque per cento degli abbonamenti e non possiede ancora un ecosistema pubblicitario davvero sviluppato. Per questo motivo molte analisi descrivono Kick come un “loss leader”, cioè una piattaforma che accetta di perdere denaro per anni pur di conquistare quote di mercato. Un modello del genere può funzionare soltanto se esiste alle spalle una struttura finanziaria abbastanza forte da sostenere quelle perdite. Ed è qui che il rapporto con Stake torna centrale. Anche se non esistono dati pubblici sufficienti per ricostruire nel dettaglio tutti i flussi finanziari, gran parte delle fonti concorda su un punto: senza il sostegno dell’ecosistema economico costruito attorno a Easygo e Stake, Kick difficilmente avrebbe potuto permettersi una crescita così aggressiva. Il vero rischio è che, prima o poi, la piattaforma debba cambiare profondamente il proprio modello. Per attirare più inserzionisti potrebbe avere bisogno di una moderazione più rigida. Per diventare profittevole potrebbe dover ridurre i pagamenti ai creator o aumentare la percentuale trattenuta.
Ed è qui che emerge il paradosso finale: più Kick proverà a diventare sostenibile, più rischierà di somigliare proprio alle piattaforme che oggi critica.

Moderazione, controversie e il problema della reputazione
Fin dall’inizio Kick è stata percepita come una piattaforma più permissiva.
Questa reputazione le ha permesso di attirare creator e contenuti che su Twitch sarebbero stati limitati o rimossi molto più rapidamente. Nel corso degli anni, però, questa libertà si è trasformata anche in uno dei problemi principali della piattaforma. Kick è stata coinvolta in polemiche legate a contenuti violenti, stream estremi, hate speech, copyright, creator bannati altrove e casi in cui la moderazione è intervenuta soltanto quando il contenuto aveva già generato enorme attenzione pubblica. Negli ultimi due anni la piattaforma ha provato a cambiare rotta. Ha introdotto regole più severe sul gambling, strumenti di segnalazione più avanzati e sistemi di verifica dell’età. Tuttavia, molte ricostruzioni continuano a descrivere la moderazione di Kick come prevalentemente reattiva. La piattaforma tende a intervenire dopo che il problema è già esploso, più che prevenirlo.
Questo approccio può funzionare quando una piattaforma è ancora piccola e costruisce parte della propria identità proprio sull’idea di essere “più libera”. Ma diventa molto più difficile da sostenere quando entrano in gioco brand, advertiser e autorità.
Il caso italiano e la decisione AGCOM
In Italia Kick non ha mai raggiunto le dimensioni di Twitch o YouTube. Alcuni creator l’hanno utilizzata come piattaforma secondaria, altri l’hanno testata per periodi brevi, ma non si è mai verificata una vera migrazione di massa. La piattaforma, però, è diventata importante per un altro motivo: il caso AGCOM. Nel 2026 l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni ha affrontato il tema della responsabilità di Kick rispetto ai contenuti di gambling trasmessi sulla piattaforma. La decisione ha stabilito che Kick può essere considerata, almeno in questa fase, un hosting provider passivo. Questo significa che la responsabilità principale ricade sul creator che pubblica il contenuto, a meno che non si dimostri un coinvolgimento diretto della piattaforma nella promozione o nell’organizzazione di quelle attività.
La decisione non chiude il dibattito, ma mostra quanto il futuro di Kick dipenda sempre di più da un tema che all’inizio sembrava secondario: la regolazione.
Kick è davvero il futuro dello streaming?
Kick ha dimostrato che esiste un forte malcontento verso le piattaforme tradizionali e che molti creator sono pronti a spostarsi se ricevono condizioni economiche migliori.Ha dimostrato anche che un servizio nuovo può crescere molto rapidamente se possiede abbastanza capitale, abbastanza creator famosi e una promessa abbastanza forte.
Kick può continuare a promettere più soldi, meno regole e più libertà senza perdere, nel tempo, proprio quelle caratteristiche che l’hanno resa attraente?
Perché se per sopravvivere dovrà aumentare la moderazione, attirare inserzionisti, diventare più prudente e ridurre la propria aggressività economica, allora rischia di trasformarsi lentamente in qualcosa di molto simile alle piattaforme che aveva promesso di sostituire.


