A settembre 2026 la Casa Bianca lancia Arcade.gov, un sito di minigiochi che trasforma parti dell’agenda politica in meccaniche da arcade. Pochi giorni dopo Donald Trump viene rappresentato come Green Lantern e come Link in “The Legend of Trump”, mentre il Department of Homeland Security pubblica “Transformers: Age of Deportations”, utilizzando Optimus Prime in una campagna sull’immigrazione. Hasbro prende le distanze e dichiara di non aver autorizzato l’uso della propria proprietà intellettuale. Il post viene successivamente rimosso.
Presi singolarmente, potrebbero sembrare semplici provocazioni costruite per i social. Inseriti in una sequenza che parte anni fa, raccontano invece un metodo ormai ricorrente. Cinema, serie, anime, videogiochi, musica e meme vengono assorbiti e ricombinati dentro la comunicazione di Trump e della sua amministrazione.Un precedente evidente risale al 2018, quando Trump utilizzò Game of Thrones per il messaggio “Sanctions are coming”. Nel secondo mandato il ritmo aumenta: Trump Papa, la spada laser per lo Star Wars Day, Superman, immagini in estetica Studio Ghibli, Pokémon per raccontare le operazioni dell’ICE, Halo e Master Chief, Minecraft, Batman e footage della miniserie HBO John Adams.
Nel 2026 arrivano Pokémon Pokopia, Animal Crossing, Naruto, un montaggio anime con Dragon Ball, Yu-Gi-Oh!, My Hero Academia, Cowboy Bebop e Persona 5, una nuova rilettura di Game of Thrones, la parodia dello spot AMC con Nicole Kidman, The Magic School Bus, oltre ai già citati Green Lantern, Zelda e Transformers. Anche la musica viene utilizzata con frequenza, in alcuni casi provocando proteste da parte di artisti e titolari dei diritti.
Non esiste un archivio ufficiale completo e i singoli episodi non hanno tutti lo stesso peso.
La frequenza, però, rende difficile considerarli casi isolati. La cultura pop è diventata una componente stabile della comunicazione di Trump e di alcuni account istituzionali della sua amministrazione.
Perché la cultura pop funziona così bene sui social
Un personaggio famoso porta con sé molto più della propria immagine. Ha già un pubblico, una memoria collettiva, una community, simboli e anni di relazioni affettive. Chi riconosce Link, Superman, Pikachu o l’interfaccia di GTA comprende il riferimento in pochi secondi.
Ricerche sulla partecipazione politica dei giovani hanno mostrato come videogiochi, meme e altri riferimenti condivisi possano offrire un linguaggio comune con cui discutere anche temi lontani dall’intrattenimento. Già tra il 2018 e il 2019, per esempio, il muro al confine proposto da Trump veniva ricreato dagli utenti dentro Fortnite e diventava materia di discussione politica su YouTube, Instagram e TikTok.
Oggi però non sono più soltanto gli utenti a portare la politica dentro la cultura pop. A farlo direttamente sono Trump, la Casa Bianca e le agenzie federali. Anche il tempismo conta. “The Legend of Trump” arriva a ridosso del Direct Nintendo dedicato ai 40 anni di Zelda. Trump-Superman viene pubblicato mentre il nuovo film sul personaggio è al centro dell’attenzione. Anniversari, uscite e trend consentono così alla comunicazione politica di agganciarsi a interessi già molto visibili e di raggiungere anche media entertainment, siti gaming e fandom. Questo non dimostra che usare Zelda o Pokémon convinca qualcuno a votare Trump. Mostra quanto possa essere efficace utilizzare un’attenzione che esisteva già.
Trump come personaggio: da Superman a Link
Trump spesso non cita semplicemente una IP, ma ne assume le sembianze.
È Superman, Naruto, Green Lantern, Link. È il Papa in un’immagine generata con l’AI. Ogni trasformazione mantiene riconoscibile Trump e cambia l’universo che lo circonda.
È una dinamica coerente con ciò che alcune ricerche sulla comunicazione politica su TikTok descrivono come trasformazione del leader in un oggetto culturale replicabile: può essere imitato, remixato, celebrato, ridicolizzato o contestato. La politica assume così alcune caratteristiche del fandom e della cultura partecipativa. Nel caso di Trump questa logica viene portata ancora oltre. Ogni universo presta qualcosa alla sua rappresentazione: forza, eroismo, potere, familiarità o nostalgia.

Il problema è che Superman, Naruto, Link o Batman non sono icone prive di storia. Hanno identità narrative costruite nel tempo da autori, opere e community.
Superman è un alieno cresciuto negli Stati Uniti e la sua storia ha affrontato più volte temi come appartenenza, responsabilità e rapporto con chi viene percepito come diverso. Naruto cresce da emarginato e costruisce il proprio percorso cercando riconoscimento e relazioni. Batman porta con sé un immaginario complesso che può essere selezionato e reinterpretato scegliendone soltanto gli elementi più utili al messaggio del momento. È esattamente ciò che accade quando il DHS recupera da The Batman il monologo sulla paura, utilizza “Something in the Way” dei Nirvana e modifica persino il Bat-Signal per associarlo alla Border Patrol.
Non è necessario che il significato originale dell’opera coincida con quello politico: è sufficiente che il riferimento venga riconosciuto. A questo si aggiunge una componente più personale. Un personaggio può essere legato all’infanzia, all’adolescenza o a una community. Utilizzarlo nella comunicazione politica significa entrare anche in una relazione affettiva che esisteva molto prima di quel messaggio.
Quando a fare meme è lo Stato
La natura del fenomeno cambia quando a pubblicare non è soltanto Trump, ma la Casa Bianca, il DHS (il Dipartimento della Sicurezza Interna statunitense) o altre strutture dell’amministrazione. Il meme entra direttamente nella comunicazione istituzionale. Registri culturali, musica, cinema e formati nati fuori dalla politica vengono utilizzati dall’autorità pubblica per raccontare le proprie attività.
Durante la guerra con l’Iran, la Casa Bianca ha pubblicato contenuti che mescolavano immagini reali degli attacchi con Call of Duty, GTA: San Andreas, Wii Sports e riferimenti cinematografici. Un’esplosione diventa “Wasted”. Un attacco viene accompagnato da un punteggio o da un “hole in one”. “Justice the American Way” combina immagini del conflitto con riferimenti a Iron Man, Gladiator, Braveheart, Halo, Dragon Ball e Mortal Kombat.
Il videogioco funziona in questi casi come una scorciatoia visiva. Non approfondisce il conflitto, ma lo traduce immediatamente in categorie già conosciute: vittoria, sconfitta, punteggio, avversario. Lo stesso schema viene applicato all’immigrazione. Il DHS utilizza Pokémon e “Gotta Catch ’Em All” per raccontare operazioni dell’ICE. The Magic School Bus diventa “The Magic Deportation Bus”. Transformers viene trasformato in “Age of Deportations”. Arcade.gov porta questa logica ancora oltre: “Build the Wall” trasforma direttamente una politica di frontiera in una meccanica ludica.
È qui che, per chi scrive, viene superato il limite più evidente.
Non perché un’istituzione debba comunicare soltanto in maniera formale, ma perché guerra, arresti e deportazioni vengono compressi in schemi che eliminano l'umanità per far spazio alla semplificazione: chi cattura e chi viene catturato, chi vince e chi perde, chi ottiene punti e chi viene identificato come nemico. La semplificazione è una parte della forza comunicativa del formato. È anche il suo problema principale. La complessità arriva dopo, forse...
Le reazioni dei titolari delle IP mostrano inoltre quanto questa appropriazione possa creare attrito. The Pokémon Company ha dichiarato di non essere stata coinvolta in alcuni utilizzi dei propri materiali. The Tetris Company ha preso le distanze da “Build the Wall”, successivamente rimosso, senza che la Casa Bianca abbia confermato un rapporto diretto tra protesta e rimozione. Hasbro ha negato il proprio coinvolgimento nel caso Optimus Prime.
Questo mostra con quanta libertà film, giochi, personaggi e canzoni vengano trattati come materiale disponibile per il remix politico.
Funziona, ma attenzione non significa consenso
Una comunicazione del genere non ha bisogno che tutti reagiscano positivamente per continuare a circolare.
Chi apprezza il contenuto lo condivide. Chi considera inaccettabile vedere Zelda, Pokémon o Transformers utilizzati in questo modo può rilanciarlo per criticarlo. È una dinamica che coinvolge fan, media, siti specializzati e, in alcuni casi, gli stessi titolari delle IP.
C’è una contraddizione evidente, che riguarda anche questo articolo: criticare questi contenuti significa inevitabilmente contribuire a raccontarli e, in una certa misura, a farli circolare ancora. Le ricerche sulla Trumpdance aiutano a distinguere partecipazione e consenso. Lo stesso fenomeno può generare sostegno, ironia, imitazione e contestazione, senza che la visibilità dica da sola quale rapporto il pubblico stia costruendo con il messaggio.
Una polemica può quindi essere negativa per la reputazione e, allo stesso tempo, mantenere un contenuto vivo più a lungo. Trump e la sua amministrazione sembrano muoversi bene dentro questa logica, utilizzando riferimenti immediati, nostalgia, trend e fandom per restare presenti anche fuori dallo spazio politico.
Non abbiamo però dati che dicano quanti voti produca Trump trasformato in Link, se convinca un giovane elettore o se cambi direttamente un’intenzione di voto.
Visibilità, consenso e voto non sono la stessa cosa. L’efficacia osservabile sta soprattutto nella capacità di mantenere Trump e la sua amministrazione al centro della conversazione, anche quando una parte di quella conversazione è ostile.
Quando la cultura pop diventa uno strumento di potere
Dopo anni di esempi, liquidare tutto come “Trump che fa meme” non descrive più adeguatamente il fenomeno.
Trump e la sua amministrazione utilizzano mondi culturali già carichi di significato come scorciatoie per una comunicazione politica immediata. Più una IP è riconoscibile e discussa, più facilmente può trascinare il messaggio fuori dallo spazio politico tradizionale.
La strategia funziona perché prende in prestito qualcosa che esiste già: attenzione, simboli, ricordi, fandom e perfino conflitti interni alle community.
Quando Link, Superman, Naruto, Pokémon, Batman o Optimus Prime vengono inseriti dentro messaggi su guerra, immigrazione, deportazioni o potere presidenziale, un patrimonio culturale costruito da altri viene trasformato in materiale politico.
Il problema non è che la politica utilizzi la cultura pop, ma la facilità con cui può appropriarsi di personaggi, mondi e relazioni affettive costruiti intorno a valori talvolta molto distanti dal messaggio in cui vengono inseriti. Ed è proprio qui che efficacia e legittimità smettono di coincidere. Un contenuto può essere perfetto per i feed, produrre copertura e generare buzzing senza che questo renda meno problematica l’operazione culturale che sta compiendo. Se questa grammatica continuerà a normalizzarsi nella comunicazione istituzionale, la discussione non riguarderà più soltanto quali meme funzionano meglio. Riguarderà quanto facilmente un fandom, una memoria d’infanzia o un personaggio amato possano essere arruolati dentro un messaggio politico.
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