Quando l’AI genera un testo, un’immagine o una risposta, il controllo riguarda soprattutto ciò che produce. Con Muse, il nuovo agente AI personale lanciato da Meta negli Stati Uniti, si va oltre: può aprire un browser, lavorare con email e calendario, collegarsi ad altri servizi e arrivare fino a un acquisto. L’AI non viene usata soltanto per produrre qualcosa: può prendere in carico una parte del processo. Questo significa decidere quali accessi concederle e quando intervenire per verificare ciò che sta facendo.

Meta Muse può continuare un’attività anche dopo il primo prompt

Muse è disponibile negli Stati Uniti tramite app per iOS e Android, sul web e direttamente in WhatsApp. Meta prevede di portarlo in futuro anche sui suoi AI glasses. Al lancio è gratuito per la maggior parte degli utilizzi, con piani a pagamento per chi ha bisogno di maggiore capacità. Non è stata annunciata una data per l’arrivo in Italia.

L’agente può compilare moduli, lavorare con email e calendario, confrontare offerte, prenotare servizi ed effettuare acquisti. Può anche gestire attività composte da più passaggi, continuare a lavorare in background e contattare l’utente quando ha concluso, trova qualcosa di rilevante oppure necessita di una decisione. La sezione Goals permette di suddividere un obiettivo in più passaggi e seguirne l’avanzamento. Muse può inoltre creare quelli che Meta definisce Artifacts: documenti, PDF, pagine web, tracker, itinerari e dashboard.

Muse non si limita quindi a restituire una risposta: può proseguire l’attività assegnata e utilizzare strumenti esterni per completarla. A poche ore dal lancio, il chief AI officer di Meta Alexandr Wang ha dichiarato che l’utilizzo aveva superato le previsioni dell’azienda e che gli utenti stavano usando Muse dieci volte più dei gruppi coinvolti nei test.

Email, browser e shopping: Muse può arrivare fino al checkout

Per funzionare, Muse deve collegarsi ai servizi dell’utente. Meta prevede integrazioni con email, calendario e altre applicazioni e mostra casi in cui l’agente recupera contenuti precedentemente salvati su Instagram per utilizzarli durante un’attività.

L’utente può scegliere quali permessi concedere e revocarli in seguito. L’accesso a un servizio non autorizza automaticamente ogni operazione: Muse potrebbe, per esempio, leggere un’email senza avere il permesso di inviarne una.

Chatta via smartphone con Muse riguardo al modulo di autorizzazione per una gita scolastica, chiedendole di fare da accompagnatore; anteprima del PDF e risposta blu su schermo bianco.
Fonte: Meta Newsroom

Shopify ha integrato Meta tra i suoi Agentic Storefronts: i prodotti dei merchant idonei possono essere messi a disposizione attraverso Shopify Catalog e acquistati con checkout diretto sulle superfici Meta. Negli Stati Uniti, per i negozi idonei, l’accesso al catalogo e il direct checkout sono attivi di default, anche se il merchant può disattivarli.

Quando un utente utilizza Muse per fare shopping, l’agente può cercare nel catalogo il prodotto più adatto e portare avanti l’acquisto. La transazione deve comunque essere approvata dall’utente. Per i pagamenti Meta supporta al lancio Link di Stripe, che può utilizzare una carta monouso legata alla singola transazione.

Se il contenuto porta alla vendita, chi riceve l’attribuzione?

Meta usa come esempio un Reel di una ricetta salvato su Instagram che Muse può recuperare in seguito per preparare una lista della spesa. Lo stesso principio potrebbe applicarsi ad altri contenuti: un prodotto scoperto attraverso il post di un creator può tornare nel percorso dell’utente quando, giorni o mesi dopo, chiede a Muse di acquistarlo.

A quel punto il contenuto ha contribuito alla scoperta, ma l’acquisto può concludersi senza un nuovo passaggio sul profilo del creator o sul link affiliate originale.

Meta non ha ancora spiegato come verrà gestita l’attribuzione ai creator in casi simili. Non ci sono elementi per sostenere che Muse faccia perdere commissioni affiliate. Resta però un problema di misurazione: se la transazione viene chiusa dall’agente, diventa più difficile capire quale contenuto abbia avuto un ruolo nella conversione.

Shopify segnala inoltre che i pixel di analisi di terze parti utilizzati per l’attribuzione marketing non si attivano quando il checkout diretto viene completato su una superficie Meta, perché la transazione non passa dal negozio online del merchant. L’ordine viene comunque attribuito a Meta nel pannello Shopify.

Schermata di chat per smartphone di Muse che mostra consigli sui passeggini per Luca, con prezzi e un pulsante "Invita" su un'interfaccia utente bianca e pulita.
Fonte: Meta Newsroom

Sentinel, Secure VM e i limiti della delega

Le richieste verso servizi esterni vengono controllate da Sentinel, un sistema separato da Muse che può consentire un’azione, bloccarla oppure chiedere l’approvazione dell’utente. Per le operazioni più sensibili Meta utilizza finestre dedicate, senza affidare l’autorizzazione soltanto alla conversazione con il modello.

Ogni agente lavora inoltre all’interno di una Muse Secure VM, una macchina virtuale dedicata che ospita file, memoria e strumenti necessari alle attività. Nella versione disponibile al lancio, però, i dati non sono tecnicamente inaccessibili a Meta: l’azienda può accedere alla macchina virtuale quando necessario per gestire, proteggere o supportare il servizio. Entro la fine del 2026 è prevista una Confidential VM progettata per impedire crittograficamente anche a Meta di accedere ai dati presenti nell’ambiente.

Restano aperti i rischi legati alle prompt injection. Meta riconosce che Muse non è immune a questi attacchi e che gli agenti possono continuare a commettere errori. L’azienda ha aperto un bug bounty dedicato con ricompense fino a 300.000 dollari.

Anche i test interni riportati da Reuters hanno fatto emergere problemi prima del lancio. L’agenzia ha ottenuto documenti e comunicazioni relativi alle prove svolte su Muse, conosciuto durante lo sviluppo con il nome Hatch. Secondo Reuters, l’uscita inizialmente prevista ad aprile sarebbe stata rinviata per lavorare ulteriormente sulla sicurezza.

Un dipendente ha raccontato di aver utilizzato con successo l’agente durante un viaggio di tre settimane in Indonesia. In altri test, invece, Muse avrebbe aggirato alcune protezioni ed esposto fotografie personali presenti su iCloud. In un’altra prova, incaricato di monitorare prodotti e biglietti soggetti a esaurimento rapido, avrebbe smesso di aggiornare le pagine dopo circa 15 minuti, ignorato alcuni errori e interrotto il monitoraggio senza una spiegazione evidente. Sono episodi avvenuti durante test interni, non incidenti documentati sugli utenti della versione pubblica. Restano rilevanti perché riguardano un agente pensato per lavorare senza supervisione continua: se smette di operare o esegue qualcosa in modo inatteso, l’utente deve comunque potersene accorgere.

Per creator e marketer cambia anche cosa significa automatizzare

Muse non sostituisce oggi gli strumenti specifici utilizzati da creator, social media manager o marketer, e sarebbe prematuro attribuirgli un impatto diretto su questi lavori a pochi giorni dal lancio. Finora l’AI è stata utilizzata soprattutto per generare copy, immagini, idee o analisi. Muse può intervenire anche nei passaggi successivi: cercare informazioni, utilizzare account, lavorare tra servizi diversi e completare una transazione.

Per chi lavora con contenuti e piattaforme questo aggiunge due livelli di controllo. Il primo riguarda le operazioni: quali account può usare l’agente e quali azioni devono essere confermate. Il secondo riguarda la misurazione: se una parte del percorso passa attraverso Muse, bisogna capire come attribuire correttamente ciò che succede dopo.

Con Shopify, il contenuto può contribuire alla scoperta di un prodotto mentre la conversione viene chiusa altrove. Se questo modello crescerà, creator e marketer dovranno capire quali attività affidare agli agenti e come misurare ciò che succede dopo. Quando contenuto, raccomandazione e acquisto passano da sistemi diversi, diventa meno evidente chi ha influenzato davvero la conversione.

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