È vero, avete ragione, è tutta colpa dei social.
Abbiamo finalmente trovato un responsabile. Possiamo accusarlo per la violenza nelle piazze, per l'odio che circola online, per la rabbia dei giovani e per quella crescente difficoltà di comprenderci gli uni con gli altri. Possiamo chiedere che venga controllato, limitato, magari persino spento. Bene. E adesso? Il problema è risolto?
Le vetrine distrutte restano tali, così come le persone ferite. Le difficoltà economiche non scompaiono, le tensioni sociali rimangono e il malcontento continua a manifestarsi, dentro e fuori dagli schermi. Abbiamo trovato qualcosa da accusare, ma non necessariamente abbiamo capito che cosa stia succedendo.
Negli ultimi giorni ho riflettuto molto sulle immagini arrivate dalle piazze italiane ed europee e sul modo in cui sono state raccontate. Ho ascoltato dichiarazioni politiche, seguito le cronache e osservato un dibattito pubblico nel quale i social network sono tornati rapidamente al centro delle accuse. Mi ha colpito soprattutto la facilità con cui, ancora una volta, vengono trattati quasi fossero un'entità autonoma, estranea alle persone che li utilizzano e alla società nella quale sono nati. Da anni, anche attraverso Heyman Content, racconto le trasformazioni delle piattaforme, il funzionamento degli algoritmi, le opportunità per chi crea contenuti e le conseguenze delle scelte delle grandi aziende tecnologiche.
Ci occupiamo di strumenti, regole, dati e modelli economici. Forse, però, anche noi abbiamo dedicato troppo poco spazio a una domanda più profonda: che cosa raccontano i social della società che li ha costruiti? Perché siamo stati noi a svilupparli, a popolarli, a trasformarli in luoghi nei quali trascorriamo una parte importante delle nostre giornate.
Continuiamo ad alimentarli con le nostre scelte, le nostre opinioni e i nostri comportamenti.
E allora, prima di attribuire loro la responsabilità di ogni problema, vorrei capire che cosa stiamo cercando di evitare guardando soltanto allo schermo.
Le violenze nelle piazze e le domande che restano
Gli scontri avvenuti a Milano il 17 e 18 ottobre hanno lasciato immagini difficili da ignorare. Negozi saccheggiati, danni, aggressioni e scontri con le forze dell'ordine. Nel bilancio relativo alla giornata del 18 ottobre, diffuso dalla polizia attraverso ANSA, risultavano 32 arresti, 14 operatori feriti e 271 persone accompagnate in Questura, tra cui 220 minorenni.
Sono fatti gravi, da condannare senza ambiguità. Chi commette violenze deve risponderne. Manifestare è un diritto, devastare una città no. La condanna, tuttavia, non può esaurire la nostra capacità di analisi. Dopo aver individuato chi ha commesso materialmente un reato, rimane da comprendere quali circostanze abbiano portato a quei comportamenti.
Il 20 ottobre il ministro della Difesa Guido Crosetto ha interpretato gli scontri come una conseguenza di operazioni ostili condotte anche attraverso le piattaforme digitali, richiamando il concetto di guerra ibrida. Ha inoltre sostenuto che i giovani abbiano acquisito online riferimenti culturali e valori in contrasto con quelli democratici.

Dichiarazioni dure, che chiamano in causa direttamente l'influenza dei social sulla formazione delle nuove generazioni. Ma per collegare un fenomeno di quella portata a una specifica strategia di manipolazione servono riscontri concreti. Il giorno successivo, il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi ha chiarito che non erano emersi elementi sufficienti per sostenere che i giovani coinvolti fossero diretti da soggetti esterni. L'utilizzo dei social per organizzare le mobilitazioni, del resto, non dimostra automaticamente l'esistenza di una regia.
Anche in Francia il dibattito politico ha seguito una direzione simile. Dopo i disordini del 17 ottobre, il ministro dell'Economia Roland Lescure ha richiamato l'attenzione sul possibile contributo delle piattaforme alle violenze. Gabriel Attal è arrivato a proporre la possibilità di limitarne temporaneamente l'accesso durante situazioni particolarmente gravi.
Un conto è documentare la diffusione di appelli e messaggi online. Un altro è stabilire quanto abbiano inciso sulle violenze e, soprattutto, perché alcune persone abbiano deciso di compierle. Nel frattempo, osservando ciò che è accaduto in Europa, emergono condizioni sociali ed economiche che precedono le manifestazioni.
In Italia le proteste contro il carovita hanno attraversato diverse città, con situazioni molto differenti e cortei che non sempre sono degenerati. Nel Mezzogiorno gli autotrasportatori hanno organizzato blocchi e mobilitazioni per denunciare i costi dei carburanti e le difficoltà del settore. In Francia gli studenti hanno contestato anche le condizioni del sistema scolastico, problematiche che lo stesso governo aveva riconosciuto annunciando alcuni interventi già all'inizio di ottobre. In Spagna, invece, la crisi abitativa ha portato migliaia di persone a manifestare per il diritto alla casa. Non esiste una sola protesta europea, con un'unica causa e un'unica responsabilità. Le vicende sono diverse, così come lo sono le persone coinvolte e le loro rivendicazioni. Sarebbe altrettanto sbagliato confondere chi manifesta pacificamente con chi approfitta di una mobilitazione per commettere violenze.
Eppure, tutte queste vicende ci ricordano che dietro le immagini condivise online esistono problemi che riguardano la vita delle persone. Liquidare il fenomeno attribuendo tutto ai social rischia di fermare l'analisi proprio quando dovrebbe cominciare.
I social siamo noi, ma chi decide come funzionano?
Quando parlo dei social come espressione della società, c'è una precisazione che considero indispensabile. Le piattaforme non sono contenitori passivi. Decidono quali contenuti rendere visibili, sviluppano sistemi di raccomandazione e stabiliscono regole che possono modificare profondamente l'esperienza degli utenti. Queste scelte hanno dei responsabili. Ingegneri, ricercatori, dirigenti e gruppi di lavoro progettano i meccanismi attraverso cui vengono raccolti e interpretati i segnali delle persone.
La documentazione tecnica di Meta, per esempio, descrive come Instagram Explore utilizzi diversi indicatori per stimare l'interesse verso un contenuto, attribuendo un peso differente alle azioni previste. Le decisioni progettuali intervengono sulla distribuzione insieme ai comportamenti degli utenti. Il nostro contributo al sistema è continuo. Guardiamo un video, lasciamo un commento, condividiamo un post, dedichiamo attenzione a un determinato argomento. Quelle informazioni possono influenzare ciò che ci verrà mostrato successivamente. Ma interagire con un contenuto non significa necessariamente apprezzarlo.
Nel 2025 uno studio pubblicato su PNAS Nexus ha analizzato il sistema di distribuzione di Twitter, osservando che il ranking basato sulle interazioni dava maggiore visibilità a messaggi politici divisivi rispetto a un ordinamento cronologico. Quei contenuti, però, non coincidevano necessariamente con le preferenze dichiarate dagli utenti.

È una differenza importante, perché mostra come le scelte delle piattaforme possano incidere sulla visibilità dei contenuti, andando oltre una semplice riproduzione degli interessi delle persone. Gli algoritmi non sono neutrali e non sono nemmeno indipendenti dalla società che li progetta e li alimenta. Le aziende definiscono obiettivi e regole, gli utenti producono segnali e il sistema si adatta. Nel tempo, questa relazione può influenzare tanto ciò che vediamo quanto il modo in cui ci comportiamo.
Il legame tra dinamiche digitali e contesto sociale emerge anche da una ricerca pubblicata nell'aprile 2026 su Nature Human Behaviour. Attraverso indagini condotte in 30 Paesi, i ricercatori hanno rilevato che nelle società caratterizzate da maggiori disuguaglianze economiche e da un minore livello di democrazia, le persone riferivano più frequentemente esperienze di ostilità politica online. È emersa inoltre un'associazione tra comportamenti ostili sul web e nella vita quotidiana. Lo studio è osservazionale e non dimostra rapporti diretti di causa ed effetto. Offre però un motivo concreto per analizzare le dinamiche digitali insieme al contesto umano nel quale si sviluppano. La rabbia, l'odio, il bisogno di riconoscimento e il desiderio di appartenenza esistevano molto prima di Instagram e TikTok. Oggi possono trovare nelle piattaforme nuovi modi di esprimersi, raggiungere altre persone e, talvolta, amplificarsi. Per questo continuo a pensare che, quando discutiamo dei social, stiamo parlando anche della società. Di ciò che siamo, di come ci relazioniamo e di quello che scegliamo di valorizzare.
Generazioni cresciute insieme a un mondo che cambiava
C'è un altro aspetto sul quale credo dovremmo interrogarci con maggiore severità: l'educazione digitale. Una parte delle nuove generazioni è cresciuta con Internet e i social già presenti nella quotidianità. Per molti adulti, invece, questi strumenti sono arrivati quando abitudini, riferimenti culturali e modalità di comunicazione erano ormai consolidati.
La trasformazione ha coinvolto entrambi, spesso senza lasciare molto tempo per comprenderne tutte le implicazioni. Abbiamo cominciato a utilizzare piattaforme capaci di connettere milioni di persone, influenzare la circolazione delle informazioni e cambiare il modo di costruire le relazioni. Intanto famiglie, scuole, istituzioni e professionisti dell'informazione dovevano imparare a orientarsi in un ambiente che continuava a evolversi.
Non credo, però, che questa difficoltà possa essere spiegata soltanto attraverso l'età.

Mi è tornato in mente Francesco Alò, ascoltato recentemente durante una puntata di Passa dal BSMT, il podcast di Gianluca Gazzoli. Parlava soprattutto del suo lavoro, della critica cinematografica e del cambiamento dei linguaggi professionali. Mi ha colpito la sua riflessione sulle difficoltà di una parte del settore nell'accettare le trasformazioni portate da Internet. Alò ha attraversato professionalmente il mondo della carta stampata e quello digitale. Già in un'intervista del 2021 raccontava le resistenze incontrate nel rapporto tra critica tradizionale e nuovi linguaggi del web. Il suo percorso suggerisce una cosa: comprendere il cambiamento dipende anche dalla disponibilità a confrontarsi con ciò che non conosciamo. Quante volte, invece, abbiamo preferito respingere una trasformazione perché ci sembrava incomprensibile? E quante volte abbiamo confuso la familiarità dei più giovani con gli strumenti digitali con una reale capacità di comprenderli?
Saper pubblicare un video, ottenere visualizzazioni o utilizzare una piattaforma non significa necessariamente riconoscerne i rischi, comprenderne gli incentivi o valutare criticamente le informazioni che vi circolano. Secondo ISTAT, nel 2025 il 54,3% delle persone tra i 16 e i 74 anni possedeva competenze digitali almeno di base. Questo indicatore non misura direttamente la preparazione nell'uso consapevole dei social, ma mostra quanto la diffusione degli strumenti digitali sia ancora distante da una competenza uniforme nella popolazione.
Sarebbe ingiusto sostenere che nessuno abbia cercato di intervenire. Negli anni sono nati programmi educativi, iniziative di alfabetizzazione, norme e strumenti di tutela. La loro esistenza, tuttavia, non basta a stabilire se siamo riusciti davvero ad accompagnare il cambiamento. Forse avremmo dovuto dedicarvi più attenzione anche nelle scuole, nelle famiglie, nell'informazione e nelle istituzioni. E forse dovremmo continuare a farlo, perché questa trasformazione non riguarda soltanto i ragazzi. Oggi vediamo le conseguenze di comportamenti che ci preoccupano e cerchiamo risposte immediate. Ma costruire una cultura digitale richiede tempo, conoscenze e un confronto che coinvolga generazioni differenti.
Possiamo chiederci se abbiamo realmente compreso gli ambienti nei quali trascorriamo una parte crescente della nostra vita. E quanto siamo disposti a investire, individualmente e collettivamente, per farlo.
Condanniamo ciò che contribuiamo a diffondere
Osservando il dibattito pubblico, noto spesso una contraddizione.
Un video di violenza viene pubblicato online. Lo guardiamo, lo commentiamo, lo condividiamo per denunciarlo. In poco tempo quelle immagini possono arrivare sui giornali, essere riprese dalla televisione e diventare argomento di discussione anche fuori dalle piattaforme. Il video finisce così per circolare molto oltre il contesto nel quale era stato pubblicato. Naturalmente, raccontare un episodio di violenza può essere necessario. La cronaca ha il dovere di documentare fatti di interesse pubblico e non ogni condivisione produce lo stesso effetto. Ma anche il modo in cui scegliamo di mostrare quelle immagini conta. Quanto spazio dedichiamo loro? Quale contesto offriamo? Cerchiamo di spiegare ciò che è accaduto oppure ci fermiamo alla forza delle immagini?
Sono domande che riguardano chiunque lavori nella comunicazione, me compreso.
In fondo, i social sono diventati uno degli ambienti nei quali convivono moltissime espressioni della nostra società, comprese quelle più difficili da accettare. Ma ridurli soltanto a un luogo di odio e violenza significherebbe ignorare tutto il resto.
Durante l'alluvione dell'Emilia-Romagna del 2023, per esempio, la community Romagnoli, popolo eletto, nata per condividere contenuti umoristici, ha messo la propria visibilità al servizio delle persone colpite, facilitando il contatto tra chi aveva bisogno di aiuto e i volontari disponibili. Nel dicembre 2024, Dario Moccia ha riunito su Twitch oltre 70 creator per una lunga maratona a sostegno di Fondazione Telethon. Le community hanno contribuito alla ricerca sulle malattie genetiche rare con più di 46.000 donazioni, permettendo di raccogliere oltre 370.000 euro. Un altro esempio è StreamingTuesday, iniziativa italiana che nel 2025 ha coinvolto più di 60 streamer in dirette benefiche a sostegno di 21 organizzazioni non profit. Persone e community differenti hanno messo la propria visibilità a disposizione di cause sociali, utilizzando gli stessi strumenti che quotidianamente servono per intrattenere e comunicare.

Questi episodi mostrano quanto il valore di questi ambienti dipenda anche dagli obiettivi e dai comportamenti delle persone che li abitano. Lo stesso strumento può essere utilizzato per condividere un'aggressione, denunciare un abuso, sostenere una causa o aiutare qualcuno in difficoltà. Le conseguenze cambiano, così come cambiano le intenzioni, i contesti e le scelte di chi interviene. E anche chi informa deve riconoscere di partecipare a queste dinamiche, invece di considerarsi un semplice osservatore esterno.
Nessuno può chiamarsi fuori
Da anni discutiamo degli effetti dei social network sulla società. Parliamo di disinformazione, moderazione, tutela dei minori, libertà di espressione e algoritmi. Chiediamo alle aziende di intervenire, alle istituzioni di regolare, alle famiglie di educare.
Sono richieste legittime, spesso necessarie. Le piattaforme devono rispondere delle proprie scelte e chi esercita un potere pubblico ha il dovere di affrontare le questioni che riguardano la collettività. Ma vorrei che cominciassimo a pretendere qualcosa anche da noi stessi.
La società è composta dalle persone che incontriamo, dalle istituzioni che scegliamo, dai comportamenti che accettiamo e da quelli che decidiamo di contestare. Attraverso le nostre decisioni contribuiamo a costruire il mondo nel quale viviamo, anche quando le conseguenze ricadono su persone diverse da quelle che hanno compiuto quelle scelte.
Ognuno partecipa a questa realtà in modo diverso. Un dirigente di una piattaforma può modificare i meccanismi con cui vengono distribuiti i contenuti. Un rappresentante politico dispone di strumenti legislativi e amministrativi. Un insegnante e un genitore possono contribuire alla formazione di una persona. Un giornalista decide come raccontare un fatto. Un cittadino sceglie come informarsi, intervenire in una discussione e comportarsi nei confronti degli altri. Non abbiamo tutti lo stesso potere, è vero. Riconoscere queste differenze, però, non ci autorizza a considerare la responsabilità collettiva un problema che riguarda sempre qualcun altro.
È una riflessione che coinvolge direttamente anche me.
Scrivo di social media, lavoro con i contenuti, utilizzo quotidianamente queste piattaforme e ne racconto l'evoluzione. Ogni volta che scelgo quale notizia pubblicare, come presentarla e quale attenzione dedicarle, contribuisco anch'io alla circolazione delle informazioni.
Non posso chiedere agli altri di interrogarsi sulle conseguenze delle proprie scelte senza fare lo stesso. E forse è proprio questa la parte più difficile da accettare: riconoscere che apparteniamo tutti alla società che osserviamo, giudichiamo e critichiamo. Quando una piazza esplode nella violenza, è giusto cercare i responsabili. Quando un contenuto dannoso viene amplificato, è giusto interrogare chi ha progettato il sistema che lo distribuisce. Ma dopo, una volta ricostruiti i fatti e attribuite le responsabilità, dovremmo avere il coraggio di continuare a farci domande. Sull'educazione che offriamo, sul modo in cui affrontiamo il disagio sociale, sulle decisioni politiche, sulle nostre abitudini e sulla qualità delle relazioni che siamo capaci di costruire. Se vogliamo comprendere qualcosa di più della società nella quale viviamo, limitarci a cercare un colpevole nei social network non sarà sufficiente. Perché «è tutta colpa dei social» è una risposta rassicurante. Ci offre un bersaglio riconoscibile e ci permette di pensare che, una volta individuato, il resto possa rimanere com'è.
Temo, invece, che la questione sia molto più profonda. E che affrontarla richieda di mettere in discussione anche una parte di noi stessi. Possiamo continuare a guardare ciò che accade sugli schermi e chiederci come sia possibile che la società sia diventata così.
Prima o poi, però, dovremo riconoscere chi c'è dall'altra parte.
Ci siamo noi. Tutti noi. Compreso chi scrive.
