Khaby Lame non ha venduto la sua immagine ma la possibilità di replicarla
- Matteo Sallustio

- 2 giorni fa
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Quando leggi “Khaby Lame vale quasi un miliardo”, la tentazione è pensare a una storia semplice: il creator più seguito del mondo incassa e passa oltre. Qui succede l’opposto. L’operazione è reale, documentata e strutturata, ma il “miliardo” non è un assegno. È un valore teorico legato a un meccanismo da finanza pura: uno scambio di azioni.
La società al centro è Step Distinctive Limited, il veicolo che gestisce il perimetro economico del brand Khaby Lame. La controparte è Rich Sparkle Holdings, gruppo con base a Hong Kong quotato negli Stati Uniti. La cifra che rimbalza ovunque, 975 milioni di dollari, nasce da un accordo in cui Rich Sparkle emette nuove azioni per pagare la transazione. Tradotto: il valore “esiste” e si misura, ma vive dentro la volatilità del mercato.
Questo dettaglio non è tecnico: cambia il senso della notizia. Se un creator viene pagato in azioni, il suo patrimonio diventa una scommessa sul futuro dell’intero progetto. Non è una liquidazione: è un patto di lungo periodo.

Cosa viene ceduto: il controllo commerciale per 36 mesi
La parte più concreta dell’accordo è la gestione esclusiva delle attività commerciali legate all’immagine di Khaby per un periodo iniziale di tre anni. In quel perimetro entrano collaborazioni, licensing, operazioni di social commerce, prodotti e attivazioni. È un passaggio enorme, perché sposta la regia commerciale da “talent + team” a una struttura societaria che punta a industrializzare.
Qui c’è un equivoco da chiarire subito: non è vendere un profilo, né “cedere TikTok”. È mettere in mano a un soggetto esterno la leva più delicata del creator business: la negoziazione e l’esecuzione commerciale dell’identità.
Eppure Khaby non sparisce. Anzi: la transazione lo rende anche azionista di riferimento della società acquirente. La posizione è ibrida, quasi nuova per il mercato: contemporaneamente talento e imprenditore, volto e proprietario.
Perché Rich Sparkle è la parte più interessante
Se ti fermi al nome, Rich Sparkle sembra l’ennesimo player tech. Ma il suo passato racconta un’altra storia: servizi di stampa finanziaria e comunicazione corporate, prospetti, report, materiali per investitori. Un business lontanissimo dalla creator economy, che arriva a quotarsi nel 2025 con un’IPO (offerta pubblica iniziale) piccola, numeri contenuti e un’idea dichiarata: integrare AI generativa, espandersi negli Stati Uniti, cercare alleanze strategiche.
L’alleanza strategica, a quanto pare, è Khaby.
Questo è il nodo: non stiamo valutando solo il valore di un creator. Stiamo valutando la capacità di una società di cambiare pelle, passare dai documenti finanziari a una filiera di social commerce globale. È un salto che può produrre un caso di scuola oppure una bolla.
Il gemello digitale non è folklore: è un modello operativo
La frase che spiega tutto è quella che compare nelle ricostruzioni giornalistiche più solide: «ridurre la dipendenza dagli orari umani».
In pratica, Khaby avrebbe autorizzato l’uso di elementi biometrici e comportamentali (volto, voce, tratti espressivi, pattern) per sviluppare un AI Digital Twin. Non un avatar decorativo, non una mascotte.
Un sistema progettato per sostenere attività che richiedono continuità e presenza: contenuti multilingua, interazioni programmate, soprattutto live-commerce virtuale 24/7.
Qui sta il cambio di paradigma.
Per anni la scalabilità dei creator è stata un problema “umano”: sei una persona, hai un limite di tempo, energia, attenzione. Puoi delegare montaggio, produzione, gestione community, ma il volto e la presenza restano il collo di bottiglia.
Con un gemello digitale, quel collo di bottiglia si sposta. Non scompare. Cambia forma.
Il modello “Asia-first”: contenuto, vendita, logistica
È qui che il live commerce diventa il ponte logico tra digital twin e supply chain: continuità di presenza che si traduce direttamente in continuità di vendita.
C’è un dettaglio che torna in più ricostruzioni: la presenza di partner e società legate al mondo dell’e-commerce e del live streaming, con un asse che guarda a Cina e supply chain.
È importante perché spiega l’ossessione per il live-commerce. In Occidente pensiamo ancora al creator come media che rimanda altrove: link in bio, landing page, affiliazioni, conversione fuori piattaforma.
In Asia, da anni, la catena è più corta: contenuto e vendita nello stesso gesto.
Se l’obiettivo operativo è partire da Stati Uniti, Medio Oriente e Sud-Est asiatico, con logiche di pricing locali e contabilità separata, non stiamo guardando a una campagna. Stiamo guardando a un modello da retail media costruito attorno a un volto.
Il gemello digitale smette di essere una provocazione e diventa un asset: se vendi in diretta e vuoi presidiare fusi orari, lingue e mercati, la replicabilità non è un bonus. È l’infrastruttura.
Il miliardo fragile: quando la valutazione dipende dal grafico
È qui che la narrazione da social si rompe.
Se la transazione si regge su azioni, il valore non è stabile. Il titolo Rich Sparkle, dopo l’annuncio, ha mostrato oscillazioni molto forti nel giro di poche sedute, rendendo evidente quanto questa valutazione viva dentro il grafico di Borsa. Può impennarsi e crollare in poche sedute. Quindi la domanda corretta non è quanto vale Khaby ma è quanto regge l’architettura che lo mette a bilancio.
Anche perché il valore attribuito a Khaby non nasce dal nulla. È uno dei testimonial pubblicitari più richiesti, con un pubblico enorme e trasversale. Ha un’identità comunicativa che attraversa lingue e culture. È un caso raro di brand globale nato in piattaforma.
Ma proprio perché è raro, va trattato con precisione: un caso eccezionale non è automaticamente un modello replicabile.
Il punto che interessa ai creator: l'empatia
Fin qui abbiamo parlato di finanza, AI e supply chain. Il cuore della creator economy non è la tecnologia. È la relazione.
Le persone seguono un creator perché si riconoscono. Si rispecchiano. Trovano un tono, un gesto, una sensibilità che li fa sentire meno soli o più compresi. Anche quando il contenuto è leggero, la dinamica profonda è questa: il pubblico costruisce un legame emotivo con un volto ricorrente.
Nel caso di Khaby, è ancora più evidente perché il suo linguaggio è non verbale. La forza è la mimica, la gestualità, quel “ci siamo capiti” che passa senza parole. È empatia compressa in un’espressione. Il gemello digitale diventa, quindi, un tema serio.
Parasocialità e community: la relazione diventa un servizio
La relazione parasociale è quel legame unilaterale in cui il pubblico sente vicinanza con una persona che, in realtà, non conosce: nei social è più intensa perché la presenza è quotidiana, quasi intima. Con un digital twin questo asse si sposta: la relazione non è più con una persona che pubblica, ma con un comportamento simulato che la replica. Il patto implicito cambia forma, passando da “questa persona c’è, è lei” a “questa persona può essere ricostruita abbastanza bene da funzionare”. La community non si costruisce con la sola frequenza o coerenza estetica, ma su fiducia, continuità e responsabilità. Se il pubblico può continuare a interagire senza accorgersi che la persona non c’è, il creator rischia di diventare un format ottimizzabile. L’AI twin può mantenere la forma, ma non può garantire l’intenzione, e nella creator economy l’intenzione è ciò che fa percepire un contenuto come autentico.
La tentazione sbagliata e cosa cambia per chi crea contenuti
Qui nasce l’equivoco più pericoloso per i creator medi.
Questa storia, se passa come “nuova frontiera”, rischia di produrre un effetto domino. I creator medi potrebbero pensare che il futuro sia vendere la propria immagine, licenziare la voce, creare un clone e scalare. Ma per la maggior parte dei creator il valore non è nella replicabilità perfetta: è nella presenza reale, nella risposta ai commenti, nella storia personale, nelle scelte impopolari, nell’imperfezione. Khaby è un caso particolare, perché ha costruito un linguaggio replicabile per definizione; molti altri creator hanno un valore opposto, dove la relazione nasce proprio dal non essere standardizzabili. Il caso mette quindi sul tavolo una distinzione destinata a diventare centrale: ciò che funziona è scalare presenza, coprire fusi orari, produrre in più lingue e spingere conversione con il live commerce; ciò che è corretto è mantenere un patto di autenticità, gestire disclosure e trasparenza, proteggere la relazione con la community ed evitare che la simulazione eroda la fiducia. Da qui in poi, nel mercato, non vincerà chi “usa l’AI”, ma chi capisce dove può entrare senza trasformare il creator in un manichino che parla.
Se il tuo clone lavora più di te, chi sei tu?
C’è una scena che probabilmente vedremo presto: un creator che “va in live” mentre sta dormendo. Il pubblico compra, commenta, ride, interagisce. Funziona.
E poi?
Poi arriva la domanda identitaria: se la tua presenza diventa un servizio, qual è il tuo ruolo? Direzione creativa? Reputazione? Garanzia? Supervisione? Oppure solo proprietà intellettuale di un comportamento?
È qui che il caso Khaby chiude il cerchio narrativo. Non si vuole demonizzare. Il punto è riconoscere che la creator economy sta entrando nella fase in cui il volto è un asset e la relazione è una variabile di business.
Khaby non ha venduto “la faccia”. Ha autorizzato la replicabilità del suo essere riconoscibile.
È un punto di non ritorno, perché apre un mercato in cui il contenuto non è più il prodotto finale. È il derivato.



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