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Perché le view non pagano e cosa conta davvero tra collaborazioni, affiliazioni e ADV

  • Immagine del redattore: Matteo Sallustio
    Matteo Sallustio
  • 21 ore fa
  • Tempo di lettura: 6 min

Nel mondo creator circola un’idea comoda: fare numeri equivale a fare soldi. È una scorciatoia mentale che funziona bene nei commenti, nei DM e perfino nei brief. Se un contenuto “spacca”, allora “monetizza”. Il problema è che questa convinzione confonde due cose che nella creator economy italiana raramente coincidono: l’attenzione e il valore economico. Le view sono una metrica di esposizione. Il reddito, invece, nasce da un’altra domanda: che cosa quella community è in grado di muovere davvero.

Per capirlo basta osservare come sta maturando il mercato: cresce il volume complessivo, ma i soldi non seguono più automaticamente la fama.

adv view

Perché l’idea è così credibile (e perché continua a dominare)

L’idea “numeri = guadagni” è credibile per tre motivi.

Il primo è culturale: abbiamo interiorizzato la logica televisiva, dove l’audience è la valuta principale. Più pubblico, più spot, più fatturato. È un modello lineare, facile da raccontare.

Il secondo è tecnico: le piattaforme ci mostrano i numeri in modo ossessivo. Visualizzazioni, retention, reach, nuovi follower. Tutto è misurabile, tutto sembra scalabile. Se le piattaforme misurano così tanto, è facile credere che paghino altrettanto.

Il terzo è narrativo: la creator economy è spesso raccontata in modalità eccezione. I casi che emergono sono quasi sempre quelli “alti”: chi ha numeri enormi e un business evidente. Questa selezione naturale fa sembrare normale ciò che è raro.

Ma proprio mentre il racconto resta fermo alla logica della visibilità, il mercato italiano sta facendo un salto: sta pagando meno il “nome” e sempre di più la capacità di produrre un risultato misurabile.

L’errore: confondere monetizzazione con redistribuzione

L’errore non è credere che i contenuti possano generare reddito. L’errore è dare per scontato che quel reddito arrivi dalle view. Nella pratica, le view sono solo una forma di traffico. E il traffico può valere tantissimo o quasi nulla, a seconda di tre variabili che raramente vengono citate quando si parla di “numeri”:

La prima è la qualità economica dell’audience. Un pubblico generalista, disperso, che arriva per intrattenimento rapido, produce un valore diverso rispetto a una community che cerca informazioni tecniche, decisioni d’acquisto, strumenti, abitudini.

La seconda è la durata del contenuto come asset. Un video long form che resta rilevante mesi (e intercetta ricerche, intenti e parole chiave) è una rendita potenziale. Un contenuto che vive solo nella spinta algoritmica di 24-72 ore è, nella migliore delle ipotesi, un picco.

La terza è la struttura di redistribuzione della piattaforma. Non tutte le piattaforme pagano nello stesso modo. E soprattutto: non tutte pagano davvero.

Per questo, quando un creator dice “ho fatto X visualizzazioni”, quella frase da sola non dice quasi nulla sul reddito. Dice qualcosa sull’attenzione. Non sulla monetizzazione.

La nuova lente: non tre entrate, ma tre economie diverse

Collaborazioni, affiliazioni e ADV non sono tre righe di un menù. Sono tre economie con regole diverse. Le collaborazioni sono monetizzazione attiva: valore alto per singolo contenuto, ma dipendenza da negoziazione, tempistiche e domanda di mercato.

Le affiliazioni sono monetizzazione a performance: meno “glamour”, ma più scalabile, perché lega il creator a un’azione, non a una promessa.

L’ADV è monetizzazione algoritmica: automatica, potenzialmente stabile, ma sensibile a nicchia, mercato pubblicitario, paese e formato.

Questa distinzione è utile perché toglie di mezzo la retorica e rimette al centro una domanda più scomoda: qual è il tuo modello di valore, non qual è la tua piattaforma.

Collaborazioni

Il mercato italiano sta premiando la “middle class”

Il 2025 segna un paradosso: il mercato cresce, ma una parte dei compensi “alti” si contrae. Questo non significa che i brand investano meno. Significa che investono in modo più selettivo.

Il punto non è più comprare visibilità. È comprare fiducia. E la fiducia non coincide con la fama.

Nel mercato italiano, la fascia tra 10k e 300k follower è sempre più percepita come “zona utile”: community meno sature di ADV, più verticali, spesso più reattive. È qui che molti brand trovano un rapporto costo/risultato sostenibile.

Questa dinamica spiega perché, su Instagram, la fascia micro e mid-tier diventa centrale. Non perché “cresce” in senso motivazionale, ma perché diventa economicamente efficiente. È una differenza sottile, ma fondamentale: non si paga l’identità pubblica, si paga la capacità di muovere una community.

La collaborazione è un prodotto, non un post

Nel dibattito creator, la collaborazione viene descritta come “un contenuto sponsorizzato”. In realtà, per i brand sta diventando un prodotto editoriale: un pezzo di distribuzione, un frammento di fiducia, un formato che deve performare.

Questo cambia il rapporto tra creator e mercato. Cambia i brief, perché il brand vuole indicatori e coerenza. Cambia i contratti, perché crescono le logiche di partnership continuativa. Cambia anche la percezione del valore: non basta più “esserci”, serve dimostrare che quel contenuto può portare un comportamento.

Affiliazioni

La monetizzazione che non ti “paga”, ti misura

L’affiliazione è spesso raccontata come un ripiego: link in bio, codici sconto, commissioncine. È una lettura parziale. In realtà, l’affiliazione ha una caratteristica che la rende più dura, ma più informativa: ti obbliga a confrontarti con il valore reale del tuo pubblico. Non con l’attenzione. Se una community compra, significa che riconosce autorità, fiducia, utilità. Se non compra, non importa quante view tu faccia: il tuo canale, economicamente, è intrattenimento.

Il vero discrimine: low-ticket vs high-ticket

Qui si gioca la differenza tra “affiliazione che arrotonda” e “affiliazione che regge un business”.

Nel low-ticket da marketplace, le commissioni sono basse. Senza volumi enormi, l’impatto resta limitato. Nel high-ticket, soprattutto in ambito software, servizi digitali e strumenti, la logica cambia: commissioni ricorrenti o CPA più alti trasformano un canale verticale in un canale economicamente forte, anche con numeri più piccoli.

Questo è il motivo per cui alcuni creator tecnici, editoriali o B2B (news/education, tool, marketing) possono avere un’economia più sana di profili molto più grandi ma generalisti.

Il caso “media brand”: quando l’affiliazione diventa abbonamento

C’è un punto dove l’affiliazione smette di essere link e diventa relazione diretta: newsletter e membership. È la stessa logica della performance, ma applicata al prodotto editoriale. Il lettore non compra un oggetto. Compra continuità, accesso, un filtro.

In Italia questo modello è ancora sottovalutato perché viene letto come “monetizzazione”, mentre è prima di tutto un cambio di architettura: spostare il valore dall’algoritmo alla relazione.

ADV

La rendita più fraintesa: paga, ma non “a view”

Quando si parla di ADV, si finisce spesso in due estremi: o “YouTube è la gallina dalle uova d’oro” o “TikTok non paga nulla”. Entrambe le frasi sono vere solo se si specifica la nicchia e il formato.

Nel mercato italiano, le entrate da visualizzazioni pure raramente bastano da sole, soprattutto perché i valori pubblicitari medi sono inferiori ai mercati anglofoni. La differenza la fanno nicchie e intent. Su YouTube long form, un contenuto lifestyle generalista ha un valore per mille view che resta contenuto. Un contenuto finance/tech/B2B, invece, può valere un ordine di grandezza in più. Il risultato è controintuitivo ma decisivo: la stessa “attenzione” non vale uguale. Ecco perché un canale editoriale, tecnico, informativo può costruire una rendita stabile con numeri più piccoli.

Shorts e “viralità”: il prezzo della distribuzione facile

I formati brevi hanno un vantaggio enorme: distribuzione. Ma hanno un difetto strutturale: monetizzano peggio.

La viralità è una forma di traffico rapido e spesso poco qualificato. L’ADV la paga poco, perché l’asta pubblicitaria compra intenti e target, non solo impression.

È anche per questo che molte piattaforme spingono i creator verso modelli alternativi: gifting, live, shop, partnership, abbonamenti. In altre parole: se l’algoritmo ti dà reach, la piattaforma vuole che tu monetizzi altrove.

Il mercato cresce, ma redistribuisce

Il quadro complessivo italiano è utile perché mette insieme le due cose che spesso si separano: crescita e contrazione.

Da un lato, l’indotto complessivo dell’influencer marketing in Italia cresce e si consolida. Dall’altro, si osserva una contrazione nei compensi delle fasce più alte su più piattaforme, mentre cresce l’interesse per modelli a performance.

Questo spostamento è la notizia “evergreen”: non dipende da una singola feature o da un trimestre. È una dinamica di maturazione. La creator economy sta passando da economia dell’attenzione a economia dell’efficacia. E qui arriva il ribaltamento finale: non vince chi “fa più view”, vincerà chi sa dimostrare perché quelle view valgono.

Quando ha senso puntare su cosa (e quando no)

Se lavori per collaborazioni, la domanda non è “quanto valgo”. È “che risultato vendo”. Se la tua proposta è solo esposizione, entrerai in una guerra di prezzi. Se la proposta è fiducia verticale, puoi reggere partnership più lunghe e meno dipendenti dal singolo post.

Se lavori per affiliazioni, la domanda non è “quanti follower ho”. È “quanta intenzione ho costruito”. Qui i numeri piccoli possono battere numeri grandi, ma solo se il contenuto è progettato per essere utile e rilevante nel tempo.

Se lavori per ADV, la domanda non è “quanto pubblico faccio”. È “che tipo di pubblico intercetto”. L’ADV premia l’intento. E l’intento, spesso, arriva da contenuti che non nascono per intrattenere.

In tutti e tre i casi, la cosa da smettere di fare è la stessa: trattare le piattaforme come se pagassero tutte allo stesso modo e come se la monetizzazione fosse una conseguenza naturale della crescita.

Le view non sono una valuta. Sono solo traffico: il valore lo decide ciò che riesci a far muovere.

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