Quando un creator diventa “professionista” per la legge (anche senza partita IVA)
- Matteo Sallustio

- 2 giorni fa
- Tempo di lettura: 4 min
Se faccio solo sponsorizzazioni, posso essere considerato un professionista?
Partiamo dal dubbio vero. Se non vendi prodotti tuoi, non gestisci pagamenti e non hai un e‑commerce, puoi davvero essere qualificato come professionista dalla legge europea?
La risposta breve è: sì, è possibile. Ma non automaticamente. Dipende da come monetizzi e da come operi nel mercato. Il punto non è se vendi direttamente. Il punto è se agisci con finalità economica in modo organizzato e continuativo verso consumatori.

Molti creator italiani ragionano così: finché non apro partita IVA resto un privato. Il diritto dei consumatori europeo non usa questo criterio. Non guarda alla forma fiscale. Guarda al comportamento economico.
La legge non guarda ai follower. Guarda alla struttura dell’attività.
Cosa dice davvero il diritto europeo
La Direttiva sulle pratiche commerciali sleali definisce “professionista” qualsiasi persona fisica o giuridica che agisce per scopi relativi alla propria attività commerciale o professionale.
Non si parla di soglie di fatturato. Non si parla di numero di collaborazioni. Si parla di finalità economica e di contesto.
La logica è quella dell’asimmetria informativa: il consumatore non ha lo stesso livello di conoscenza, competenza o potere negoziale di chi opera stabilmente nel mercato. Per questo il diritto interviene per riequilibrare il rapporto.
Quando monetizzi con regolarità (sponsorizzazioni, affiliate, codici sconto, contenuti in cambio di prodotti o compensi) stai operando in un contesto economico. In quel contesto puoi essere qualificato come professionista ai fini delle pratiche commerciali.
Questo non significa che sei “un’azienda” in senso fiscale. Significa che, rispetto ai consumatori, non sei più un semplice privato.
Il caso Kamenova: non conta una singola operazione
La Corte di Giustizia dell’Unione Europea, nel caso C‑105/17 (Kamenova), ha chiarito un punto centrale: non basta un’attività isolata per essere automaticamente qualificati come professionisti. Serve una valutazione complessiva. La Corte ha indicato criteri come l’organizzazione dell’attività, la ripetizione nel tempo, la finalità di profitto, l’eventuale competenza specifica rispetto ai prodotti promossi.
Non esiste una formula matematica. Non esiste una soglia numerica che fa scattare tutto.
Esiste una valutazione sostanziale.
Se integri in modo stabile monetizzazione e collaborazioni nel tuo piano editoriale, la tua attività non è più occasionale. È strutturata. Ed è questo che rileva giuridicamente.
Advertiser e seller: ruoli diversi, responsabilità diverse
Qui serve precisione.
Molti creator non vendono direttamente nulla. Non concludono contratti con i follower. Non gestiscono spedizioni o resi. Operano come advertiser: promuovono beni o servizi di altri brand. Questo li colloca fuori dal diritto dei consumatori? No.
La normativa sulle pratiche commerciali si applica anche alla comunicazione che può influenzare le decisioni economiche dei consumatori.
Se realizzi contenuti sponsorizzati, utilizzi link affiliati o ricevi benefici in cambio di promozione, stai partecipando a una pratica commerciale. Anche se la vendita finale avviene altrove. Diverso è il caso di chi vende direttamente corsi, merchandise o servizi propri. In quel caso entrano in gioco ulteriori obblighi informativi e contrattuali. Confondere questi due piani è uno degli errori più diffusi.
La monetizzazione per i creator diventa attività professionale
Affiliate ricorrenti. Codici sconto continuativi. Partnership pianificate. Calendari editoriali costruiti anche per generare entrate.
Se queste attività sono regolari e finalizzate al profitto, non siamo più nell’ambito dell’hobby.
Il diritto europeo non richiede un fatturato minimo per qualificarti come professionista. La parola chiave è regolarità. Un’opinione occasionale su un prodotto acquistato personalmente non equivale a un’attività economica organizzata. Una strategia di monetizzazione stabile sì.
Questo non implica automaticamente irregolarità. Implica un diverso livello di responsabilità verso il pubblico
Perché molti creator interpretano male questa regola
La confusione nasce dalla sovrapposizione tra piani diversi.
Il piano fiscale e quello del diritto dei consumatori non coincidono. Non avere una struttura societaria non significa essere irrilevanti giuridicamente. C’è poi un fattore culturale: l’idea di “azienda” è ancora associata a uffici, dipendenti, sedi fisiche. Nel digitale un’attività economica può essere individuale e immateriale. Infine c’è la narrativa social: finché non fai grandi numeri sei “solo un creator”. La normativa europea non utilizza questo parametro.
Il punto realmente delicato è che non esiste una soglia chiara. Questo lascia spazio a interpretazioni caso per caso. Ma l’assenza di una soglia non significa assenza di regole.
Cosa può succedere se ignori il tuo inquadramento
Ignorare la qualificazione giuridica non la elimina. Se operi come professionista ai fini delle pratiche commerciali ma comunichi come se fossi un privato, potresti non rispettare obblighi di correttezza e trasparenza.
Le conseguenze realistiche non sono scenari apocalittici. Possono tradursi in richieste di adeguamento, interventi delle autorità nazionali, sanzioni amministrative.
In Italia, oltre alle norme europee, opera anche il Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale, che richiede che la comunicazione pubblicitaria sia sempre riconoscibile come tale. Il rischio più concreto, però, è reputazionale: presentarti come voce spontanea quando stai operando con finalità economica strutturata crea una frattura con il pubblico. Conoscere il tuo inquadramento non serve a spaventarti. Serve a strutturare meglio la tua attività.
Prima di parlare di hashtag, serve capire chi sei nel mercato
Questo episodio non entra ancora nel dettaglio delle etichette pubblicitarie o delle formule di disclosure. Si ferma un passo prima.
Prima di discutere di "#adv" o partnership, serve capire se stai operando come professionista nel mercato digitale. Perché se la risposta è sì, tutto ciò che fai dopo (collaborazioni, affiliate, vendite dirette) cambia di prospettiva. Nel prossimo episodio affronteremo il nodo più discusso e più frainteso: quando un contenuto deve essere chiaramente qualificato come pubblicità e quali errori evitare nella trasparenza.



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