Perché i brand puntano sui micro creator
- Matteo Sallustio

- 27 dic 2025
- Tempo di lettura: 4 min
Più follower, più collaborazioni. Più visibilità, più opportunità. È il mantra che ha accompagnato un’intera generazione di creator, portando molti a pensare che la crescita fosse l’unico obiettivo possibile. Ma non è così che funzionano oggi le cose.
Nel 2025, il valore per i brand non si misura più solo in numeri assoluti. Si misura in efficacia. E la verità è semplice: i micro creator oggi valgono (molto) di più di quello che sembrano. Hanno community piccole ma attive, una relazione autentica con chi li segue e una capacità di creare contenuti aderenti all'identità del marchio, non solo alla propria estetica.

Perché l’idea della fanbase gigante è così radicata
Per anni, brand e agenzie hanno associato il successo a una metrica unica: la reach. Chi raggiunge più persone, vale di più. E per un certo periodo questo modello ha funzionato: bastava una campagna con un volto noto per ottenere risultati di massa.
Le piattaforme stesse hanno alimentato questa logica, premiando i contenuti virali e favorendo i profili più seguiti. E i media hanno spesso amplificato l’idea che un influencer valesse solo in proporzione al numero di follower, ignorando qualsiasi metrica qualitativa. Non è un caso se nel lessico quotidiano “influencer” è ancora sinonimo di notorietà.
Ma oggi l’attenzione è crollata, l’engagement è in crisi, la fiducia nei confronti delle celebrità digitali è scesa ai minimi storici. Il caso Ferragni-Balocco lo ha reso evidente anche al grande pubblico: non basta essere famosi, bisogna essere credibili.
Il pubblico è più scettico, più attento e più affamato di autenticità. E questo cambia radicalmente le regole del gioco.
Il vero errore: confondere visibilità con valore
La reach da sola non basta più. I brand non cercano più solo occhi, ma attenzione autentica. E su questo punto i dati sono inequivocabili:
Il tasso di engagement medio dei micro creator (fino a 50.000 follower) è oltre il 5%, contro l’1,2% dei macro.
Il ROI medio delle campagne con micro influencer è 3 volte superiore.
Oltre il 70% dei brand nel 2025 ha aumentato il budget destinato a micro e nano creator.
Secondo Metricool, i micro influencer generano fino al 60% in più di conversioni rispetto ai creator con oltre 100K follower. E non si tratta di tendenze passeggere, ma di una trasformazione strutturale nel modo in cui i brand costruiscono fiducia e attivano le community.
Dove guardare davvero: la fiducia è la nuova reach
I micro creator non vincono perché costano meno. Vincono perché parlano a community che si fidano di loro. Perché creano contenuti sentiti, coerenti, nati da un’esperienza vera. La fiducia non si compra, si guadagna nel tempo. E per i brand questo significa ritorni più solidi e meno rischi reputazionali.
Chi ha 10.000 follower può ricevere 500 commenti sinceri. Chi ne ha un milione, spesso solo like distratti. Questo cambia tutto per un brand.
Secondo StackInfluence, le campagne con micro creator generano un +82% in brand recall rispetto a quelle con volti noti. Perché la connessione è reale, non mediatica. Il contenuto non viene percepito come pubblicità, ma come raccomandazione personale.
I micro creator sono anche straordinari generatori di contenuti UGC: materiali originali, creativi e perfettamente riutilizzabili nelle strategie owned dei brand.
Micro creator: chi sono davvero (e perché servono)
Spesso sottovalutati, i micro creator sono professionisti, appassionati o esperti di nicchia. Hanno community concentrate e affiatate, producono contenuti verticali e sono in grado di comunicare valori, prodotti o esperienze in modo credibile.
Brand come KIKO, Mutti, Sorgenia e tanti marchi della moda emergente italiana (es. Vicolo, DLYNR, Saye) li utilizzano in campagne mirate, locali o orientate alla conversione. In alcuni casi, anche per testare nuovi mercati o collezioni, prima di investire su larga scala.
Il vantaggio? Costo contenuto, feedback diretto e contenuti facilmente adattabili a vari canali. Inoltre, molti micro creator sono anche early adopter di trend o tool, quindi riescono a portare nei contenuti una freschezza che i macro, spesso più istituzionalizzati, non hanno più.
Brand italiani: come si stanno muovendo davvero
Dai documenti ONIM emerge che nel 2025 oltre il 65% dei brand italiani ha destinato almeno metà del proprio budget influencer a micro e nano creator. I settori più attivi sono: food & beverage, beauty, fashion, turismo esperienziale e wellness.
Le PMI e i brand digital native sono particolarmente propensi a collaborazioni con creator tra i 5.000 e i 30.000 follower, dove si massimizza l’equilibrio tra costo, engagement e conversione.
Quando e come usare questa lente
Non tutti i brand sono pronti per una strategia micro. Serve tempo, ascolto, selezione. Ma le PMI, i brand emergenti, le realtà locali e le aziende con obiettivi di conversione o fidelizzazione hanno tutto da guadagnare.
Anche per i creator la lezione è chiara: smettere di inseguire numeri vuoti e iniziare a costruire relazioni significative. Curare la community, specializzarsi, diventare riferimento in una nicchia. È così che si diventa rilevanti, anche senza numeri enormi.
Chi lavora con costanza su un pubblico piccolo ma affezionato può diventare il partner perfetto per i brand che cercano micro-ambasciatori, e non solo visibilità spot.
Sfide e fraintendimenti da evitare
La collaborazione con micro creator non è esente da difficoltà. Serve un approccio tailor made, briefing chiari, una gestione fluida della comunicazione e una selezione accurata.
Alcuni brand, ancora abituati a trattare con testimonial, faticano a entrare in logiche più relazionali e meno transazionali. Inoltre, il rischio fake engagement è più alto nei micro profili, e le metriche vanno analizzate con attenzione: engagement reale, coerenza dei commenti, qualità delle interazioni.
D’altra parte, anche molti micro creator commettono l’errore di proporsi in modo poco professionale, non strutturare le proposte o sottovalutare la forza del proprio posizionamento verticale.
La reach fa rumore. La fiducia fa risultati.
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