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Quanto tempo serve davvero per creare un contenuto?

  • Immagine del redattore: Matteo Sallustio
    Matteo Sallustio
  • 22 dic 2025
  • Tempo di lettura: 4 min

Una stanza vuota, uno smartphone, luce naturale. Davanti alla camera, una creator sorride, parla, taglia. Il risultato? Un Reel da 27 secondi che ottiene decine di migliaia di visualizzazioni. Il pubblico scorre, commenta, salva. E intanto si rafforza un’idea: “Basta un attimo per creare contenuti”. La verità, però, si nasconde proprio lì, tra quel sorriso e quel taglio. Il girato originale era lungo 18 minuti. La sceneggiatura era stata riscritta quattro volte. La luce naturale era stata studiata in base all'orario preciso di registrazione. Il tutto per un contenuto che vive sul feed meno di 24 ore.

Eppure il mito della velocità resiste. Perché ci è comodo. Ci aiuta a semplificare qualcosa che, a raccontarlo per com’è, spaventa: creare contenuti è lavoro vero. Continuo. Invisibile. Con ritmi spesso insostenibili.

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L’illusione costruita sui feed

Questa storia non è un caso isolato. È lo specchio di un meccanismo narrativo che ha colonizzato la creator economy. L’idea che creare contenuti significhi produrre velocemente, pubblicare senza sosta, cavalcare trend prima che scadano. Una visione diventata prassi, tanto diffusa quanto falsa.

I feed mostrano solo la superficie. Il montaggio finale, il colore corretto, la caption già rifinita. Tutto il resto, le notti passate al montaggio, i file corrotti, le sessioni perse per un microfono difettoso, resta invisibile. Così l’industria dell’attenzione diventa anche industria della rimozione. Rimuove il tempo, la fatica, la complessità.

Tutto sembra nato in un attimo. Ma quell’attimo è, spesso, il risultato di una serie di decisioni precise: quale format scegliere, come adattarlo alla piattaforma, quale linguaggio usare, quante revisioni servono. E soprattutto, se quel contenuto merita davvero di esistere in mezzo a milioni di altri. Nessuna di queste domande può avere una risposta rapida.

Il tempo che non si vede (ma si sente)

Una content strategist freelance intervistata in una recente ricerca ha raccontato di impiegare mediamente sei ore per ogni carosello pubblicato su Instagram. Spiega di scrivere, rivedere, impaginare, controllare i font, riscrivere e spesso ricominciare da capo. Il contenuto, alla fine, dura otto slide. Viene letto in meno di un minuto. Ma quella durata non dice nulla del lavoro che c’è dietro.

Anche chi ha provato a realizzare un video con l’aiuto di strumenti di intelligenza artificiale. Pensava di concludere tutto in un’ora. Otto ore dopo, stava ancora scegliendo le immagini giuste, rigenerando il testo, verificando l’utilità del contenuto. L'automazione (fatta bene) ha bisogno di essere guidata.

Chi lavora su YouTube conferma che per un video long-form da dieci minuti possono servire anche 25-30 ore di lavoro, tra scripting, shooting, voice-over, montaggio, miniature, ottimizzazione. I podcast richiedono sessioni di scrittura, registrazione, editing audio. Spesso, per 20 minuti di ascolto servono giorni interi di lavoro distribuito. E questo vale anche per contenuti apparentemente “improvvisati”.

Nel frattempo, creator sempre più strutturati costruiscono team, assumono editor, collaborano con freelance. Ma anche delegare richiede tempo: per formare, allineare, rivedere. Il “tempo risparmiato” torna sotto forma di tempo coordinato.

Il ritmo che consuma

Chi entra in questo mondo spesso lo fa con entusiasmo. Vuole raccontarsi, costruire una community, lavorare con i brand. Ma dopo poche settimane emerge la dissonanza: per restare visibili, bisogna pubblicare sempre. Per pubblicare sempre, bisogna lavorare oltre il visibile. Il risultato è una distorsione strutturale: si pianifica per gli algoritmi, si crea per la performance, si misura solo ciò che si vede. Mentre dietro ogni pubblicazione si accumula un carico invisibile che pochi calcolano: l’ansia da scadenza, il tempo per rispondere ai commenti, le call con i clienti, le fasi di revisione.

Molti grandi streamer di Twitch, hanno parlato apertamente della necessità di fermarsi. Dopo mesi di live quotidiane, hanno confessato di sentirsi esausti, svuotati. Una voce sempre più comune tra chi lavora a pieno ritmo nella creator economy. Ma ancora poco ascoltata.

La creator economy, così com'è, funziona se dimentichiamo che ogni contenuto ha un costo cognitivo. Ma nel lungo periodo, chi non ricalcola quel costo si esaurisce.

L’AI accelera, ma non basta

L’intelligenza artificiale generativa ha alimentato un altro mito recente: con gli strumenti giusti, tutto si può fare in pochi minuti. Script, immagini, editing, caption: basta chiedere.

Ma la realtà è meno lineare. L’AI non è un sostituto. È un acceleratore parziale. Spesso, rende più veloce la fase di stesura iniziale. Ma apre altre fasi di lavoro: selezione, raffinamento, verifica, re-integrazione nel tono di voce personale. Chi lavora con i contenuti lo sa: ciò che viene generato non può essere pubblicato così com’è.

Anche chi usa AI avanzata per creare format o video automatici scopre presto che l’automazione non è controllo. Senza un’idea, una strategia e una voce riconoscibile, il risultato è solo quantità. Ma la quantità non è autorevolezza.

Il tempo come scelta editoriale

C'è chi ha scelto di rallentare. Non per pigrizia, ma per sopravvivenza. Alcuni creator italiani hanno deciso di pubblicare meno ma con più attenzione. Hanno ridotto il numero di video settimanali. Hanno scelto formati sostenibili, lavorato su contenuti evergreen, evitato la rincorsa ai trend quotidiani.

Nel frattempo, cresce il valore del contenuto pensato. Del video che resta. Della newsletter che viene riletta dopo giorni. Del podcast che si ascolta più volte. La creator economy che resiste è fatta da chi ha smesso di inseguire la velocità come valore.

Il tempo è tornato ad avere peso. Non solo perché serve per fare le cose bene. Ma perché è l’unico modo per non bru

ciarsi nel tentativo di produrre a tutti i costi. Accettare che un contenuto richieda tempo non è pigrizia. È lucidità. È capacità di scegliere cosa vale il proprio sforzo.

Dietro ogni contenuto che scorre veloce, c’è un lavoro che ha chiesto tempo. Chi ignora quel tempo, ne paga il prezzo.

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